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giovedì 18 giugno 2026

Ora sono veramente pazza



Franca Morsina, una donna sulla trentina, ex psicologa criminale con un passato oscuro. 

Dopo un trauma infantile (la morte misteriosa dei genitori in uno strano incidente) e un recente crollo nervoso, Franca soffre di dissociazione, allucinazioni e vuoti di memoria. 

Assume farmaci per controllare i sintomi, ma la sua mente rimane un labirinto di paranoia e sospetti.

Franca si trasferisce in una vecchia casa ereditata dalla zia defunta, isolata tra i boschi del Pollino. 

Vuole trascorre del tempo in pace e serenità per ristabilire il suo equilibrio psichico e ricominciare una nuova vita.

Siamo in primavera inoltrata, l’aria fresca del bosco che dipinge di verde un’ampia area intorno al casale. 

Il paese più vicino si trova a 30 km, non molto lontano per poter arrivarci con la sua auto e rifornirsi del cibo e ogni altra necessità così da trascorre in solitudine l’intera settimana.

Dopo qualche giorno, cominciano ad accadere cose strane.
All’imbrunire si sentono voci sussurranti provenienti dall’esterno della casa che echeggiano sulle pareti degli alti stanzoni del casale.

In cucina spariscono oggetti che poi riappaiono in posti diversi.

Di notte, mentre la donna si sposta da una stanza all’altra, ha l’impressione di essere inseguita da ombre.

Franca cercava di minimizzare l’importanza di questi episodi. 

Era sicura che la sua mente già provata da molto tempo, prima o poi avrebbe trovato pace e che quindi quegli episodi dovevano essere frutto della sua precaria salute mentale.

La situazione peggiorò quando, inciampando su bordi di una mattonella staccata dal pavimento lungo il corridoio che portava alla stanza da letto, vide apparire un vecchio foglietto con su scritto: "Non fidarti di nessuno, nemmeno di te stessa."

Il fatto divenne allucinante quando il giorno dopo, in quello stesso posto scoprì un diario impolverato.

Sfogliandolo velocemente, Franca notò alcune pagine strappate. Sulla parte restante di mezza pagina, lesse: "L'ho vista morire … ma era già morta", Franca iniziò a dubitare della sua sanità mentale.

Lei però, non si abbattette. 

Voleva superare questo periodo brutto, sicura che la sua mente si sarebbe poi ripresa.

Le stranezze non sembravano finire.  

Da un certo momento, al calar della sera, Franca vedeva un uomo seduto tra gli alberi che la fissava da lontano e poco dopo vedeva una donna che le assomiglia correre tra la vegetazione.

Franca a questo punto, chiamò a telefono il dottor Riccardi, il suo psicologo, e lo invitò al casolare per raccontargli tutto l’accaduto.

Il medico, il giorno dopo, nel salotto del casolare, la rassicura convincendola che ciò che vedeva erano proiezioni della sua psiche tormentata. 

Nel frattempo le prescrive dei psicofarmaci in grado di aiutarla nei momenti di instabilità della sua mente.

Passarono giorni e quelle strane visioni continuavano a presentarsi.

Ma quando trovò una foto strappata dei suoi genitori con una terza persona cancellata con l’inchiostro, Franca fu certa: qualcuno la stava manipolando. Ma chi poteva essere? 

Lei era sola in quel casolare.

Un mattino un uomo, probabilmente un contadino che viveva in un altro casolare all’interno della stessa zona verde, bussò alla sua porta e domandò: “Buongiorno signora, sono Tonio. È in casa il dott. Riccardi?”

Franca restò stupita per quella domanda. 

Si prese del tempo e poi rispose: “Il dott. Riccardi non abita qui! Come fa a conoscerlo?”

Il contadino imbarazzato, si spiegò: “No so che dirle signora, ma è stato lui che ha soccorso mia moglie per l’incidente che ha avuto in casa. Sono venuto qui per ringraziarlo e chiedergli come potermi sdebitare.”

Franca restò attonita e confusa. 

Si chiedeva che ci faceva il dott. Riccardi nel suo casolare. 

Comunque, congedò il contadino dicendogli che avrebbe informato il dott. Riccardi della sua visita.

In un crescendo di tensione, Franca corse alla casa dei suoi genitori e rovistò tra tutti i documenti tenuti con cura nei cassetti della scrivania dove il padre si tratteneva per i suoi lavori. 

Scopre dalle numerose parcelle pagate che il dott. Riccardi era lo psicologo della madre che lui aveva in cura. 

La famiglia aveva tenuto nascosto a tutti i problemi psicologici della madre.  

Il giorno dell’incidente, i suoi genitori erano stati dal dott. Riccardi. 

In quella circostanza la madre assunse un psicofarmaco da lui suggerito per alleviare le pene causate dallo stato depressivo in cui la donna era caduta. 

Quel giorno alla guida dell’auto c’era la madre di Franca. Il padre non era in grado di guidare a causa della recente operazione agl’occhi per liberarsi di una brutta cataratta.  

Il sospetto di Franca si pose su quel psicofarmaco assunto dalla madre. 

Il dott. Riccardi poteva avere indotto l’incidente mortale dei suoi genitori prescrivendo un farmaco frutto dei suoi strani esperimenti.

Probabilmente la sorella sapeva tutto e aveva intuito la responsabilità del dott. Riccardi. 

Fu questo il movente oscuro che si celava dietro la morte della sorella, avvenuta anche questa in modo misterioso.

Le visioni di Franca ora avevano una motivazione psicologica. 

Il suo subconscio voleva comunicare con la sua sfera cosciente.

Franca decise di scoprire le carte e affrontare Riccardi.

Con le prove delle numerose e salate parcelle, insieme al diario della madre scoperto nel casale, Franca inchiodò il medico alle sue responsabilità. 

Lui ammise di aver plagiato la sorella ma non di essere responsabilità della sua morte. 

Per quanto riguarda la morte della madre ammise anche che fu un errore di dosaggio delle diverse droghe da lui utilizzate per preparare il psicofarmaco. 

Riccardi, chiese perdono facendole promessa che avrebbe riparato in qualunque modo la brutta situazione creata.

Franca finse di comprenderlo e perdonarlo, ma la sua mente stava già progettando una decisa vendetta.

Si allontanò da lui per il tempo di andare in cucina e munirsi di un lungo e affilato coltello. 

Con calma serafica, tornò in salotto e con impeto di rabbia, colpì su ogni parte del corpo di Riccardi.

In una pozza di sangue, gridò: “Ora ho un motivo vero …sono Pazza!!!”

Dicendo queste parole, rideva forsennatamente davanti a uno specchio.



*Spunto tratto dal 5^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

💭 Tu cosa ne pensi? Scrivilo nei commenti.

 

lunedì 15 giugno 2026

Mi dispiace dover morire

 


Quando ricevette la lettera, Elia aveva ottantadue anni.

Non era una lettera come le altre. La busta era grigia, priva di mittente, e il foglio all’interno conteneva soltanto una frase:

«Ti restano trenta giorni per rispondere all’ultima domanda.»

Nient’altro.

Elia lesse più volte quelle parole, seduto accanto alla finestra del suo appartamento. Fuori, il sole di novembre scivolava lentamente dietro i tetti della città. 

Per qualche minuto sorrise. 

Pensò a uno scherzo. 

Poi, senza sapere perché, sentì un brivido attraversargli la schiena.

La notte successiva sognò una voce. 

Non vide alcun volto, né alcuna figura. 

Solo una presenza invisibile che parlava nel buio.

«Ogni essere umano», disse la voce, «riceve una domanda alla nascita.»

«E quale sarebbe?»

«La stessa per tutti.»

«Perché non la ricordo?» domandò Elia.

«Perché la vita intera è il tentativo di comprenderla.»

Quando si svegliò aveva il cuore accelerato.

Nei giorni seguenti il sogno tornò più volte. Sempre uguale. 

Sempre quella voce. 

Alla fine Elia smise di considerarlo un semplice prodotto della sua immaginazione. 

Dopotutto, sentiva il proprio corpo indebolirsi ogni settimana. 

I medici parlavano con cautela, ma lui conosceva la verità. 

Il tempo rimasto non era molto.

Cominciò allora a interrogarsi.

Qual era stata la sua domanda?

Aveva insegnato filosofia per quarant’anni. Aveva letto migliaia di libri. 

Aveva amato una donna, Marta, morta dieci anni prima. Aveva avuto amici, allievi, discussioni infinite. 

Eppure nessuna di queste cose sembrava contenere la risposta.

Una sera aprì un vecchio cassetto e trovò alcune lettere di Marta.

La sua calligrafia era ancora viva sulla carta.

«Mi manchi», aveva scritto in una di esse.

Elia passò le dita su quelle parole. Improvvisamente comprese qualcosa.

Marta era morta da dieci anni. 

Eppure quella frase continuava a parlargli. 

La sua voce non esisteva più nel mondo, e tuttavia era ancora presente. 

Come una brace nascosta sotto la cenere.

Fu allora che nacque in lui un pensiero inquietante. 

Forse ciò che gli faceva paura non era la morte in sé. 

Forse era il silenzio. 

L’idea di non poter più rispondere. 

Finché era vivo, qualcuno poteva ancora chiamarlo per nome. 

Qualcuno poteva ancora rivolgergli una domanda. 

Persino uno sconosciuto per strada. 

Persino un bambino. 

Persino il vento, in certe giornate.

La vita consisteva in quella continua possibilità di essere interpellati. 

La morte avrebbe spezzato tutto questo. 

Non avrebbe semplicemente fermato il cuore. 

Avrebbe interrotto il dialogo. 

Nei giorni successivi questa intuizione lo ossessionò.

Camminava per la città osservando le persone. Le vedeva parlare al telefono, discutere nei bar, salutarsi da una finestra all’altra. 

Ogni parola appariva improvvisamente preziosa. 

Fragile. 

Destinata a sparire. 

E proprio per questo necessaria.

Una mattina entrò in una scuola elementare. Era stato invitato anni prima per una conferenza e il custode lo riconobbe.

«Professore, che sorpresa!»

Elia sorrise. Nel cortile alcuni bambini correvano gridando.

Uno di loro gli si avvicinò: «Come ti chiami?»

La domanda lo colse impreparato: «Mi chiamo Elia.»

«Io sono Davide.» Poi il bambino corse via.

Elia rimase immobile.

Quelle poche parole gli erano sembrate straordinariamente importanti.

Perché un nome non era soltanto un suono. Era una continuità. 

Una storia. 

Un filo invisibile che attraversava gli anni. 

Essere chiamati significava essere riconosciuti come qualcuno. 

Non come qualcosa.

E allora pensò alla rinascita, di cui tanti filosofi e religioni avevano parlato. 

Se davvero fosse rinato un giorno senza ricordare nulla, con un altro volto e un altro nome, che senso avrebbe avuto?

Quel nuovo individuo sarebbe stato lui?

Oppure soltanto un estraneo?

Più ci rifletteva, meno riusciva a trovare conforto nell’idea. 

Una vita completamente nuova non avrebbe restituito quella attuale.

Non avrebbe restituito Marta. 

Non avrebbe restituito le sue memorie.

Non avrebbe restituito il nome di Elia. 

Sarebbe stata soltanto un’altra storia. 

Un altro essere. Quasi una seconda forma di morte.

Il ventinovesimo giorno arrivò senza che lui avesse trovato alcuna risposta. 

Quella notte la voce tornò. 

Più vicina che mai.

«È quasi tempo.»

«Non conosco ancora la domanda», disse Elia.

«La conosci», insistette la voce.

«No.»

«L’hai ascoltata per tutta la vita.»

Seguì un lungo silenzio.

Poi la voce parlò ancora: «Perché ti dispiace morire?»

Elia rimase immobile. Era una domanda semplice. Perfino banale.

Eppure nessuna delle sue letture sembrava sufficiente. Nessuna teoria.

Nessun sistema filosofico. Nessuna dottrina.

Allora rispose con sincerità: «Mi dispiace morire perché amo essere qui.

Mi dispiace perché non vedrò più il cielo d’inverno. 

Perché non sentirò più le risate dei bambini. 

Perché non potrò più pronunciare il nome di chi ho amato. 

Ma soprattutto, mi dispiace perché non potrò più rispondere.»

Per la prima volta la voce sembrò mutare, come se stesse ascoltando davvero: «Rispondere a chi?»

Elia chiuse gli occhi. Vide il volto di Marta. 

Vide i suoi studenti. Vide i genitori ormai scomparsi. 

Vide il bambino incontrato nel cortile. 

Vide migliaia di volti dimenticati.

«A tutti.»

Dopo una breve pausa, la voce domandò: «E perché credi che la risposta sia così importante?»

Elia rifletté a lungo e infine disse: «Perché ogni risposta è una traccia. Un segno lasciato contro il nulla. Noi parliamo perché siamo destinati a scomparire. Se fossimo eterni, forse non avremmo bisogno di dire nulla. Ogni parola nasce dalla fragilità. Scriviamo lettere, racconti, poesie. Diamo nomi alle cose. Non per fermare davvero il tempo, ma per opporgli una piccola resistenza. Per questo la morte è così dolorosa. Perché interrompe quel gesto.»

Passarono alcuni istanti prima che la voce replicasse: «Hai quasi risposto.»

«Quasi?», puntualizzò Elia.

«Manca ancora qualcosa.»

Elia rimase in silenzio a riflettere. Allora comprese ciò che aveva cercato per tutta la vita: la vera assurdità non era morire, ma essere nati.

Essere stati chiamati all’esistenza, strappati al nulla.

Ricevere un nome. Una storia. Un volto. E poi doverli perdere.

La nascita conteneva già la morte. Come una promessa spezzata fin dall’inizio. Come una luce che, nel momento stesso in cui si accende, inizia a consumarsi.

Infine Elia sussurrò: «Ho capito.»

«Che cosa hai capito?», domandò la voce.

«Mi dispiace morire perché sono nato.»

La voce non parlò più. Ma Elia sentì che stava ascoltando.

«La nascita ci fa credere che la nostra presenza debba continuare. Ogni bambino che viene al mondo porta con sé un’aspettativa silenziosa di permanenza. La morte non distrugge soltanto una vita. Contraddice quella promessa.»

Per la prima volta, il buio sembrò illuminarsi. Non di luce. Di comprensione.

«E questa è la tua risposta?»

«Sì.»

«Ne sei certo?»

Elia pensò a Marta. Pensò al proprio nome. Pensò alle parole che aveva pronunciato. Pensò al tempo.

«No», disse infine sorridendo.

«Ma è la migliore che possiedo.»

La voce rise dolcemente. Una risata antica come il mondo.

Dopo seguì il silenzio.

Quando Elia si svegliò era mattina. La lettera grigia era scomparsa.

Sul tavolo, al suo posto, trovò un foglio bianco. Vi era scritta una sola frase.

«Ogni essere umano è la risposta provvisoria a una domanda eterna.»

Elia rimase a guardarla a lungo.

Poi prese una penna.

E cominciò a scrivere.

Perché era ancora vivo.

E finché era vivo, poteva ancora rispondere.



*Spunto tratto dal 5^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

💭 Tu cosa ne pensi? Scrivilo nei commenti.

 

lunedì 16 marzo 2026

Il filo invisibile (storia di un rapimento)

 

Quando Anna accompagnò sua figlia Lina al parco quella mattina, il cielo era limpido e l’aria sapeva di primavera. Lina aveva sei anni, i capelli raccolti in due trecce storte e una risata che sembrava campanelli di vetro.

«Resto qui sulla panchina,» disse Anna. «Vai pure allo scivolo.»

Lina corse via. Furono gli ultimi dieci minuti normali della loro vita.

Quando Anna alzò lo sguardo dal telefono, lo scivolo era vuoto. Il dondolo oscillava lentamente. Lina non c’era.

All’inizio pensò che si fosse nascosta. Poi che fosse andata verso la fontana. Non ci pensò due volte prima di chiamarla ad alta voce.

Il tempo correva e la voce di Anna era già diventata un grido spezzato.

In quei momenti voleva fare mille cose: correre, chiamare il marito, rivolgersi al primo passente per chiedere aiuto. Un piccolo capannello di gente si radunò intorno alla donna disperata, mentre qualcuno aveva già chiamato la polizia.

Cosa accadde dopo lo si leggeva negli occhi di Anna.

Furono avviate ricerche, diffusi volantini con il viso della piccola Lina. Ogni amico, conoscente o semplici vicini di casa, si mobilitarono per cercare il più piccolo spiraglio che potesse portare verso i rapitori della bambina.

Passarono mesi, ma nessuna novità arrivò. Lina sembrava essersi dissolta nel nulla. Anna credeva fermamente che quanto prima il suo incubo sarebbe finito. In attesa, aveva lasciato intatto la stanza di Lina. Il letto rifatto, il peluche del coniglio sul cuscino.

Ogni notte entrava nella stanza e si sedeva sul pavimento.

A volte parlava.

«Ho visto una bambina con le tue scarpe, Lina.»

La mente di Anna si divise lentamente in due parti: una che continuava a sperare e l’altra che si preparava al peggio.

Cominciò a sviluppare piccoli rituali: controllare la porta tre volte, guardare le notizie fino all’alba, immaginare scenari.

Gli psicologi chiamano questo trauma ambiguo: quando qualcuno scompare senza una risposta, il cervello non riesce a chiudere la ferita.

Anna viveva sospesa tra due mondi: uno in cui Lina era viva e l’altro in cui Lina non c’era più. E non poteva abitare davvero in nessuno dei due.

Lina, invece, era in un posto dove nessuno la chiamava più Lina. L’uomo che l’aveva portata via le aveva detto: «Adesso ti chiami Sarah.»

All’inizio Lina piangeva ogni giorno. Chiamava la mamma. Urlava. Poi l’uomo iniziò a ripetere sempre la stessa frase: «Tua madre non ti voleva.»

I bambini piccoli hanno un bisogno disperato di dare senso al mondo. Quando una realtà è troppo dolorosa, il cervello costruisce una nuova storia.

Col tempo Lina iniziò a dubitare dei suoi ricordi.

Forse il parco dove era stata rapita non era reale?

Forse la mamma non era reale?

La mente di Lina fece quello che spesso fanno i bambini traumatizzati: si adattò per sopravvivere, smise di piangere.

Ma ogni tanto, senza sapere perché, quando vedeva una donna con le trecce o sentiva il profumo del sapone alla lavanda, il cuore le batteva forte. Dentro di lei viveva un ricordo senza parole.

Dieci anni dopo, Anna non aveva mai smesso di cercare.

Le persone dicevano frasi gentili ma vuote: «Devi andare avanti.»

Anna invece aveva fatto una scelta diversa: portare Lina con sé nella vita, non lasciarla nel passato. Continuava a lavorare, a vivere, a parlare con amici. Ma ogni poster di persone scomparse lo guardava due volte.

Una sera, mentre scorreva distrattamente i social, vide una foto di una ragazza. Aveva sedici anni e lo stesso identico sorriso storto.

Quel particolare servì per ritrovare Lina e portarla al cospetto della madre naturale. Anna pensava che tutto sarebbe tornato com’era prima, ma il trauma non funziona così.

Lina guardava Anna come si guarda uno sconosciuto gentile. Non ricordava quasi nulla.

Il cervello, per proteggersi, aveva chiuso molte porte.

Anna provò un dolore nuovo: avere sua figlia davanti, ma non essere più sua madre nel suo cuore.

La terapia che doveva riportare Lina alla sua mamma, durò anni. All’inizio Lina parlava poco. Anna cercava di non forzare nulla.

Una volta, mentre cucinavano insieme, Lina disse improvvisamente:

«Ho sognato un parco.»

Anna si fermò e domandò: «C’era uno scivolo rosso.»

Anna non disse niente. Ma gli occhi si riempirono di lacrime.

La memoria è fragile, ma i legami profondi non spariscono del tutto.

Gli psicologi lo chiamano attaccamento precoce: un legame costruito nei primi anni di vita che lascia tracce profonde nel cervello, un filo invisibile.

Che si mantiene anche quando tutto il resto sembra perduto.

Molti anni dopo, Lina — ormai adulta — chiese alla madre:

«Perché non hai mai smesso di cercarmi?»

Anna sorrise e con gli occhi lucidi disse: «Quando sei mamma porti dentro ciò che è incancellabile: l’amore della propria figlia.»

Dopo una breve pausa che nascondeva la commozione, riprese a dire:

«Tra noi c’è filo invisibile che ci lega, se qualcuno prova a tagliarlo…»

Anna prese la mano di sua figlia.

«…resta sempre appeso da qualche parte.»

Lina, per la prima volta dopo tanti anni, si sentì davvero a casa.

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